giovedì 25 luglio 2013

http://lastranacoppa.wordpress.com/2013/07/24/parole-di-pane-non-solo-parole/

Parole di Pane… non solo Parole


Si intitola Parole di Pane l’antologia edita da Farnesi Editore (Prato) in cui la passione per la cucina incontra l’amore per la scrittura e la lettura. Il volume riunisce i racconti protagonisti di un concorso ideato dalle scrittrici Emma Saponaro e Diana Sganappa.
Il filo conduttore della gara è stato il cibo. Gli autori hanno raccontato aneddoti, esperienze e fantasie legate al cibo, alle tradizioni antiche, alle varianti regionali. Il risultato è un compendio di sapori e odori, evocati o immaginati.
Gli ingredienti del progetto, impastati a dovere e con una eccellente lievitazione, hanno offerto una variopinta esposizione di stili di scrittura con sapori mutevoli come il pane.
L’Opera è stata presentata presso la Libreria Galleria delle Arti l’Universale, a Roma, lo scorso 30 giugno. I presenti, numerosi e arrivati da tutta Italia e dall’estero, sono stati coinvolti dalla magia artistica di poeti performer, pianisti, critici letterari, e lettori professionisti.
Gli autori e il pubblico sono usciti con qualcosa in più: un senso di totale condivisione e partecipazione al progetto.
Ma cosa c’è di speciale in Parole di Pane?
La scrittura viene messa al servizio della solidarietà. I proventi dell’Antologia saranno devoluti totalmente, dalle curatrici, all’Associazione Familiari e Sostenitori Sofferenti psichici della Tuscia (Afesopsit).
L’entusiasmo è stato contagioso e si prevede una grande partecipazione alla seconda edizione del Concorso Parole di Pane.
Le Parole di Pane non sono “parole vuote”
ma un libro per chi non ha voce
 Se vuoi acquistare il libro e solidarizzare con il progetto, puoi ordinarlo presso le maggiori librerie o online all’Ibs. Se invece desideri una copia con dedica delle curatrici, scrivi aparoledipane@libero.it. Dietro pagamento paypal ti verrà spedita la copia senza spese aggiuntive.
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Diana Sganappa, primo classificato Paolo Slavazza, Emma Saponaro
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Vito Ferrante, presidente dell'AFESOPSIT
Vito Ferrante, presidente dell’AFESOPSIT
Premi:
I    E Dio inventò il colesterolo, di Paolo Slavazza
II   ex equo Miracolo in Città, di Teresa Fiani
II   ex equo La polenta, di Lucio Freni
III  Rose a dicembre, di Sabrina S.
Premi speciali:
Simpatia e coinvolgimento: Come la conquistai, di Tiziano Nobile
Originalità e stile: Salami di ieri e di oggi, di Stefano Pisani
Messaggio sociale: Lo scienziato, di Giovanni Piazza

martedì 25 giugno 2013

Il giornale schizofrenico

Due notizione da prima pagina, senza dubbio. Alcuni guai giudiziari di Josefa Idem e di Berlusconi si assomigliano, almeno nella qualità. Nella quantità no. Troppo più grandi quelli di Berlusconi. In confronto, un transatlantico e una barchetta giocattolo. Eppure i giornali di proprietà di Berlusconi riescono a ribaltare le cose. Una barchetta giocattolo pesa più di un transatlantico, secondo loro. La Idem è una "furbetta arrogante", il loro padrone invece è vittima di un complotto.


sabato 1 giugno 2013

Il commendator Tafazzi, genio della delocalizzazione

Perché crolla il Pil? Perché chi ha inventato la produzione dall’altra parte del mondo, ma basso costo, non si è reso conto di avere levato un tassello importante del nostro sistema produttivo. Senza contare che ha riportato in vita lo schiavismo
  
La delocalizzazione è una genialata. Intanto perché è una parola bella, lunga, che sembra pure difficile. La dici e nessuno ti nega un “oh” di ammirazione. Ma se non usassimo l’antilingua che chiama “non vedente” un cieco ed “extracomunitario” un migrante, la delocalizzazione potrebbe avere due nomi diversi. Il primo è crudele: “schiavismo”. Il secondo è ridicolo: “tafazzismo”.
Cominciamo dal primo. Schiavismo. Una parola che sembra di altri tempi, ma il concetto che esprime è quello. Pagare due lire dei lavoratori stiparli in un sottoscala per venti ore al giorno è un’azione che non può essere definita con altre parole. Anche se gli schiavi sono lontani e dunque invisibili a occhio nudo, la sostanza non cambia. Però avere a disposizione degli esseri umani ridotti alla condizione di robot è comodo: niente lamentele, manodopera a prezzi stracciati, costo finale del prodotto molto competitivo. 
Non dovevano essere felicissimi, ad esempio, i lavoratori robot della FoxConn, che produce componenti per la Apple. Qualcuno di loro ha addirittura pensato che l’unica uscita da una situazione insostenibile fossero le finestre del settimo piano. Per questi voli disperati l’azienda si è guadagnata il soprannome di “fabbrica dei suicidi”.
La delocalizzazione porta con sé un altro effetto collaterale. Lo si potrebbe chiamare miopia, ma anche “tafazzismo”. Dunque, grosso modo tutti sappiamo chi sia Tafazzi. Un’invenzione felice di Aldo, Giovanni e Giacomo: era l’omino in calzamaglia che si dava bottigliate sulle parti molli, chissà perché. Il tafazzismo applicato all’industria è meno riconoscibile di una bottigliata in zona pubica, ma è altrettanto doloroso. Per capirlo, andiamo a fare visita alla fabbrica della Ford, nei primi anni Cinquanta. Il padrone (Henry Ford) vuole che gli operai lavorino molto e guadagnino poco; il sindacalista (Walter Reuther) vuole grosso modo l’esatto contrario. Intelligenza vorrebbe che si trovasse un buon punto di equilibrio: lavori il giusto, ti pago il giusto. La scena si svolge davanti a due macchinari robotizzati di ultimissima generazione, vanto della fabbrica. Il padrone sorride e dice al sindacalista: “Vai dai robot a chiedere le quote sindacali”. Il sindacalista sorride meno, indica i robot e risponde: “Vai da loro a vendere le tue macchine”. Cioè: caro padrone, se licenzi i tuoi operai perché vuoi che siano gli schiavi (o i robot) a produrre, chi comprerà i tuoi prodotti? Gli operai, da disoccupati, non avranno soldi da spendere. Senza un pezzo dell’apparato produttivo, l’intero sistema economico a poco a poco si sbriciolerà e noi continueremo a chiederci perché cala il Pil, perché la crisi non passa. Ci resterà solo la soddisfazione di avere degli schiavi a nostra disposizione, possibilmente dall’altra parte del mondo. Di solito esteticamente non rendono molto, gli schiavi.







martedì 19 marzo 2013


La rivoluzione dei dissidenti

Su chi possiamo contare perché le cose cambino e la storia non si ripeta? Chi rifiuta lo scontro frontale e segue la propria coscienza può dare un contributo davvero costruttivo. E rivoluzionario.

Viviamo tempi di rivoluzione, ormai è chiaro. Però tocca fare attenzione alle parole. Rivoluzione la ereditiamo dal latino revolvere: voltare, ritornare. Abbiamo finalmente la possibilità concreta di voltare pagina. A oltre a questa prospettiva, è chiara un'altra idea sottintesa all’etimo di rivoluzione, quella del ritorno. Ogni società cambiata da una rivoluzione è destinata a ritornare, lentamente, alle condizioni di prima, ma non senza sofferenze. Tra chi? Tra i potenti che si devono (giustamente) rovesciare? Ma no, ovvio. I potenti veri pagano il biglietto ridotto. Un paio di teste o tre, un signorotto ottuso e due Marie Antoniette che non sanno nemmeno la differenza tra pane e brioche. Il biglietto intero lo pagano quelli di sempre. Quelli che devono fornire il mobilio per le barricate e il sangue affinché i libri di storia del secolo successivo possano usare l’aggettivo “sanguinoso”. Dunque, il ritorno. La storia che ritorna. Prendiamo una rivoluzione qualsiasi: lasciamo prendere quelle più recenti, amarissime e inconcludenti, profumate di gelsomino, che pure rappresentano in pochi mesi quello che nelle rivoluzioni del passato avveniva nel giro di qualche anno. Soffermiamoci invece su quella francese, abbastanza lontana, abbastanza celebre.
1)      Si comincia con un sistema ingiusto e intollerabile.
2)      Va rovesciato, e il popolo lo fa.
3)      Prende quota un capo.
4)      Il capo decide la linea.
5)      Leva di mezzo tutti quelli che non la pensano esattamente come lui.
6)      Il regime di terrore che stabilisce diventa più odioso di quello rovesciato. Senza usare nomi recenti, questo passaggio ci ricorda qualcun altro, vero? Robespierre, Cromwell, Lenin, Mao.
Di questi tempi, arrivati come siamo al punto due e mezzo, ci possono salvare i dissidenti. Perché la rivoluzione è costruttiva proprio fino a quel momento beato, fino a prima che il capo diventi un nuovo sovrano assoluto. Al punto due e mezzo non deve essere dimenticata la democrazia. Deve prevalere il buon senso, che va deciso osservando gli eventi. Durante una rivoluzione, inoltre, gli eventi sono in convulso divenire: non puoi programmare prima cosa succederà. I dissidenti hanno permesso cose nuove, perché hanno partecipato al movimento rivoluzionario ma hanno scelto di evitare un inutile scontro frontale. Hanno rappresentato il popolo che li ha eletti, non un capo giunto al punto tre e mezzo. Non hanno smesso di pensare a dove fosse la soluzione migliore. Hanno dovuto scegliere, ma almeno hanno potuto determinare i termini della scelta. In futuro potranno far sì che la Sinistra sia meno autocompiaciuta e che la Destra si affranchi dal burlesque. Se continua così, i ribelli determineranno comportamenti saggi, e dunque eventi davvero rivoluzionari.

lunedì 17 dicembre 2012

Saudade

Mi sento triste.
Magari organizzando
un giro di prostituzione
internazionale...

giovedì 13 dicembre 2012

Eros e tanatoprassi

Ogni tanto è buona cosa andare a leggere Il Giornale.it. C'è sempre qualcosa da annotarsi, qualcosa che colpisce anche se non te ne accorgi subito. Ad esempio oggi mi ha incuriosito la parola del giorno.
Per chi non riesce a vincere l'avversione a cliccare su un link che punta verso l'innominabile, anticipo che la parola in questione è "tanatoprassi".
Saperla usare al momento buono fa fare bella figura in società. Apprendiamo dal quotidiano che "la parola serve talvolta a ironizzare su trucchi e ceroni, femminili e maschili, troppo pesanti o palesemente troppo correttivi".
Chissà se l'estensore della rubrica aveva in mente qualcuno in particolare. Se sì, chissà che cosa significa questa spericolata presa di posizione. Mah. 


sabato 30 giugno 2012

Emergenza caldo, allerta meteo Caronte


Lo sanno pure i portapenne: d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo. Si può dire, mica c’è la censura. Ma per legge dovrebbe essere possibile dirlo nei telegiornali solo una volta all’anno, preferibilmente all’inizio della stagione incriminata. Tipo: il quindici giugno tutti i tg possono aprire con la notizia della grande cappa di afa. Spareranno tranquillamente il titolone originalissimo "Emergenza caldo" e consiglieranno ai più riottosi di restarsene a casa nelle ore più calde: se andranno in giro con la testa scoperta, o senza aver mangiato frutta e verdura o aver assunto litri di liquidi, lo faranno a loro rischio e pericolo. Primo dicembre: ammazza che freddo fa. Diciamo pure che siamo in allerta meteo: questo titolo ci sta tutto. Non dormite sui balconi, copritevi e state al chiuso quanto più possibile. I liquidi fanno sempre bene, la frutta e la verdura pure. Quindi attrezzatevi per l’inverno e non rompete i coglioni. Poi, altri due argomenti a cui inviterei il pubblico a casa a pensare ardentemente quando ha bisogno di relax, solo pensare, perché nei tg non sarebbe il caso di vederli più:
a) negli zoo di tutto il mondo nascono centinaia di cuccioli di giraffa/cammello/tigre siberiana/panda/zebù/urogallo. E da piccoli sono estremamente capaci di suscitare tenerezza, soprattutto se la mamma, per una ragione qualsiasi (ad esempio se è: morta/scappata dallo zoo/ammalata di petecchie/rintronata dalla Bse) se ne fotte di loro e un inserviente dello zoo li deve nutrire col biberon.
b) le donne sono belle. Hanno un corpo armonioso, dovizioso di curve. Avete presente culi e tette? Ecco, cercatevele dal vivo, fatevi gli incontri ravvicinati del quarto tipo, perché vederle in un tg non fa bene al cuore. Le vorresti acchiappare, ma quando ti avvicini tocchi solo uno schermo sordo e grigio. L’effetto finale è che ti senti un Tantalo più stupido dell’originale. Quando un tg dà spazio al compleanno del tanga, chiediti a cosa sta togliendo spazio; perché, come sanno bene gli automobilisti che tamponano più spesso, il culo distrae. Chiediti anche chi vuole che tu ti distragga e da cosa.
E i casi di cronaca nera? Vanno raccontati in tre minuti al massimo, senza immagini truculente, anzi, senza immagini tout court. Via i nastri bianchi e rossi che circondano cadaveri ancora zampillanti. L’approfondimento potrà durare al massimo quaranta secondi. Il posto previsto nel palinsesto è la fascia che va dalle quattro alle quattro e zerocinque antimeridiane. Chi vuole sentirli, metta la sveglia e inzuppi pure il biscottino della prima colazione nelle tracce biologiche rinvenute col luminol.
Infine, per tutto il resto delle informazioni secondarie che passano in un tg, come la politica, la direttiva è questa: se non avete un buon equilibrio mentale, cari operatori del settore, ricordatevi almeno di avere una faccia. Ricordate a che cosa serve il vostro mestiere. Se non ci riuscite, ricordate che quando si esaspera, la gente tira le monetine. No, le banconote no.

venerdì 15 giugno 2012

Chi era costui?

Foto tratta da nomfum.wordpress.com 
Un sacco di tempo, ci ho messo un sacco di tempo a ricordarmi il nome. Avevo ben presente il sorriso largo, quasi sempre sfoderato a sproposito. Un accenno di riporto, forse, o comunque una pettinatura indecente. Però il nome non voleva tornare a galla. Mi era tornato in mente, questo tizio, per via di quell'episodio avvenuto all'inizio della decadenza. Di quando, cioè, aveva pagato un po' di poveracci perché stazionassero a Piazza San Silvestro sventolando striscioni inneggianti al suo nome. Già, proprio il nome che mi sfuggiva. Non è che mi dispiacesse: anzi pensavo che quel ricordo mancato fosse un sintomo evidente della disintossicazione in corso. Come avevo dimenticato quel nome, con un po' di tempo, avrei potuto dimenticare anche tutti gli altri. Dell'omino in questione ricordavo molti altri particolari: il disinvolto salto della quaglia verso Berlusconi, la corsa a perdifiato per arrivare in tempo al suo scranno alla Camera e votare per il nuovo padrone, le liti furiose in tv, inscenate senza motivi apparenti. Ah, i sosia mandati alle presentazioni dei libri al posto suo. Ah, faceva l'agopuntore. Ah, Scilipoti. Già, Scilipoti. Pazienza, me ne dimenticherò la prossima volta.

domenica 4 marzo 2012

Senza paura di morire


La prima canzone vera che ho sentito nella mia vita è “Ma come fanno i marinai”. La radio era arancione, mangiadischi incorporato, regalo della prima comunione. Stazioni soltanto in Am, con i relativi nomi sul frontalino. Nomi come Lilla, Monte Ceneri, Berom, Milano, Napoli. Sì, prima avevo sentito altre canzoni, ovvio. Quelle che passavano nei programmi del sabato sera degli anni Settanta. Era roba familiare, dimenticabile e dimenticata. Poi c’erano quelle che mi arrivavano dalla finestra quando giocavo nel cortile di nonna: “Ti prego amore aspettami (oh-oh-oh-oh)”, il moog del Guardiano del Faro, il falsetto dei Cugini di campagna e un incipiente Pupo.
La prima canzone vera che ho sentito nella mia vita è “Ma come fanno i marinai”. Ero solo, giocavo con le stazioni della radio, l’ho incrociata con la barretta rossa sulla “l” di Napoli e l’ho scelta. Non ricordo cosa ho pensato, ma ricordo che mi sono fermato a pensare a quelle voci poco impostate, un po’ sporche, a quelle parole poco consone al mondo che allora poteva entrare in una canzone.
Poco tempo dopo, girando in macchina con zio Benedetto, ho ascoltato “Al parco della luna”. A un ragazzino, se gli dici “guardando le stelle ho chiesto di capire come entrare nel mondo dei grandi senza paura di morire”, gli levi di bocca le parole che ancora non sa pronunciare.
E poi Futura, Anna e Marco, La sera dei miracoli, Meri Luis. Scoperte prima alla radio, poi registrate a fatica, poi ascoltate e imparate a memoria, insieme agli accordi. E poi i pomeriggi passati a cantare quelle canzoni insieme a Enzo e al gruppetto degli amici veri. E poi i giri in macchina, con l’autoradio estraibile che non smetteva mai di sfornare le canzoni di Lucio Dalla. Tutte. Enzo scovava quelle del periodo Roversi, quelle ancora precedenti. Cassette mandate a memoria, parole che prendevano il posto di quelle che non sapevamo ancora dire. Musica installata a viva forza nella memoria. Ancora oggi, quando finisce una canzone di Lucio Dalla, aspetto che inizi quella che la seguiva nella cassetta che ascoltavamo. Saprei ricostruire l’ordine meticolosamente, senza sbagliare un passaggio. Poi le cose cambiano, porca miseria. Dal 1988 in poi il gruppetto degli amici si è sparpagliato per l’Italia. Anche Lucio Dalla ha cercato strade nuove, è cambiato, ha esplorato. E noi, che non ascoltavamo più la radio nelle nostre camerette da ragazzini e non ci stipavamo in otto su una Cinquecento ad ascoltare “Quanta brillantina e coraggio mi mettevo”, lo abbiamo perso di vista, Lucio. L’ho ritrovato nel 1999, dal vivo, a Via Asiago, per un’intervista. Ero felice, rappresentavo tutto il gruppetto degli amici. Mi ha chiesto di dargli del tu, mi ha offerto mezza scatola delle sue liquirizie di Rossano. Avevo in tasca la cassetta, pensavo di fargli fare l’autografo proprio lì, dopo avergli raccontato le nostre storie. Ma poi ho pensato che la cassetta era autoprodotta e mi sono vergognato un po’. Niente autografo, pazienza. So che Lucio non potremo più perderlo di vista.

venerdì 20 gennaio 2012

Uno di Busto Arsizio

La Lega mi è apparsa impresentabile da subito, fin dai primi anni Novanta, fin dalle prime esternazioni antinegger e antiterùn. Poi qualcuno l'ha pettinata, l'ha sdoganata, l'ha sistemata nei palazzi che contano. I leghisti ululanti contro negri e terroni, nonché inneggianti alla secessione dell'Italia, sono diventati ministri. A furia di vederli tutti i giorni in tv, qualcuno ci è apparso persino più presentabile di altri. Magari soltanto perché in pubblico trattiene i rutti e le esternazioni antinegger e antiterùn. Uno di questi leghisti pettinati è Maroni. Però, dagli due minuti di ruota libera e riemerge lo spirito che anima la Lega. E' il disprezzo dell'altro in base alla provenienza geografica. Avrebbe potuto dire "Reguzzoni voleva farmi le scarpe, per questo ce l'ho con lui". Invece gli è scappato: "Come posso essere invidioso di uno di Busto Arsizio?". Per dire, ma avete visto che paesino insipido è? Ma sapete che quelli di Busto sono tutti fessi? Ecco, a sud di Busto c'è Roma, poi viene la Terronia, poi l'Africa. Ma è da Busto che si comincia.

sabato 10 dicembre 2011

Quando il gioco si fa duro

Capita, nei momenti in cui il presente è (o sembra) insignificante, di cercare da un'altra parte. Per il futuro non ho il fisico, allora mi giro all'indietro, rischiando di diventare statua di sale, o di arare producendo solchi inutilizzabili.
Ho recuperato una serie di appunti scritti una decina di anni fa: non volevo perdere la memoria di aromi che non mi facevano perdere la memoria. Oggi li ricopio, nella memoria immortale della rete.

- L'odore del cartone bruciacchiato, che mi porta al 1981. Avevo costruito il proiettore per diapositive, con una scatola di biscotti, una lampadina e un lente d'ingrandimento.

- La Coccoina (è un classico). Ai tempi in cui con Nina facevamo la raccolta delle figurine del Risorgimento. 1974-5?

- L'odore della salvietta di stoffa che avvolgeva il panino, alla scuola materna e alle elementari. E' un odore che esiste tuttora, ristagna nelle classi dopo la ricreazione, se lo portano addosso i bambini appena usciti da scuola.

- La vernice per i prospetti delle case.

- Il compensato leggero con cui era costruito il fortino, regalo di zio Benedetto.

- Il legno, la juta, tutta la somma dei materiali con cui era costruita la sede degli scout.

- Il fumo di sigaretta misto all'odore di apparecchi elettronici. Era nel salottino, nei corridoi, nello studio di Radio Stereo Belice, radio privata degli anni Settanta.

- Il sugo con la cipolla che preparavano in via XX Settembre, quando andavo all'asilo. Davano la pasta in una tazza di plastica col manico. Mai mangiata.

- Per far lievitare meglio la pasta della pizza la mamma e la zia Anna la mettevano in un recipiente, che avvolgevano con delle coperte. L'odore che filtrava da lì.

- L'odore metallico degli autoscontri.

- L'ancia del clarinetto, il suo sapore.

- L'odore del mandarino e del muschio sulle dita. A sedici anni, raccoglievamo il muschio per il presepe da preparare a San Giuseppe.

- Il profumo del dopobarba, mescolato a quelli della crema al mentolo e alla canfora che si trova davanti ai negozi di barbiere. L'infanzia-adolescenza, al salone di papà.

- Il profumo della casa di zia Nenè. Sono convinto che ogni casa, ogni famiglia abbia il proprio profumo. Anche dalla nonna, nel camerino, c'era un odore particolare, composto da frutta, buio, muri antichi, farina, olio. Qualcosa di simile viene fuori dalle case antiche di Roma. A volte, camminando, da una finestra aperta al pianterreno ti arriva un'ondata di frescura che ha questo profumo. L'ho sentito nelle scale di un palazzo di via Rasella.

- Il profumo della sala dell'Immacolata, a Carnevale. Era composto da respiri, schiuma da barba, profumi a buon mercato, vita. Denso come vapore, si incollava agli occhiali e ai corpi.

- Il profumo di Rosalba che mi rimaneva sulle dita dopo che ci eravamo incontrati.

lunedì 5 dicembre 2011

Siamo seri

Un commento che non è stato rilanciato dai media, quello della senatrice Albertina Soliani. Un commento di poche parole, buttato lì per caso durante un convegno che si è svolto il 30 novembre, ma capace di rendere l'idea di come siano cambiate le cose in Parlamento. "E' un bel vedere - ha raccontato la senatrice - un gruppo di persone serie ed essenziali sedute nei banchi del Governo". Chiaro, i predecessori non lo erano, seri ed essenziali. Le telecamere rivelavano smorfie, intemperanze, distrazioni con giornali, telefonini e iPad. Sonnolenze, sghignazzi, gestacci, parole al limite del codice. I ministri nuovi sembrano invece piovuti lì da un altro tempo. Sono educati, ascoltano, partecipano, si commuovono. Di uno così ti fidi, anche se ti chiede soldi. Mi dispiace per quelli nati nel '52. Spero che si consolino pensando che in pensione ci andranno. Altri, nati vent'anni dopo, se la passeranno peggio. Ma almeno non vedranno incongruenze, tra le persone sedute nei banchi del Governo.

domenica 4 dicembre 2011

Con quella bocca può dire ciò che vuole?

Calderoli: "Facciamo come in Cecoslovacchia". E poi: "Maroni farà il culo a Monti". Non mi mancava affatto, non mi serviva il richiamo di questo vaccino che non serve a niente. Chissà quante altre fesserie che ha detto non sono state trascritte. E chissà quante di queste fesserie sarebbero anche reato.

lunedì 7 novembre 2011

Silvio un eroe shakespeariano?


C’è qualcosa di già sentito nelle cronache di questi tempi in cui l’impero di Silvio si sgretola. Sono notizie già incontrate da qualche parte, probabilmente nelle cronache shakespeariane. Sono immagini che tornano alla mente per contrasto, per lo più. L’unica cosa che hanno in comune Macbeth, Antonio o Riccardo III con Berlusconi è la caduta rovinosa. Non condividono altro. Neanche l’ombra della grandezza, della nobiltà. Non c’è nulla di grande nel seguace Storace che vuole fucilare alla schiena i traditori. Non c’è nulla di grande in Berlusconi che vuole la fiducia per guardare in faccia i traditori (che non lo votano benché lui li abbia ricompensati adeguatamente). Antonio non lo avrebbe fatto. Lui faceva recapitare i tesori di Enobarbo al campo rivale, dopo il tradimento. Ed Enobarbo, ferito da una sorte avversa, si lasciava morire, colpito e affondato dalla statura di un uomo grande anche negli errori, di un Antonio che sembrava un gigante e le isole dei mari sembravano monete cadute dalle sue tasche.
Il Silvio non ha nulla in comune con i titani che rovinavano a terra, chiedevano cavalli e in cambio offrivano regni.
Antonio, per quanto antipatico (nessuno si deve permettere di dire “let Rome in Tiber melt”), per quanto lontano dal senso del dovere (in questo è come Silvio, che fa il premier a tempo perso), alla fine guadagna la simpatia dello spettatore perché la sua distrazione ha basi nobili. Si è innamorato: capita. E di Cleopatra, che non è certo la bisnonna di Mubarak né una sciacquetta qualsiasi come Ruby o Noemi.
Non riusciamo invece a sentire la stessa simpatia per Silvio, che non ama una regina ma un insieme composito di donne, che impastate tutte insieme non hanno la grandezza della regina d’Egitto.
A proposito, chi è il Domizio Enobarbo di Silvio? Confalonieri, forse. O Letta. O Bondi. O la somma di tutti loro. O una donna, visto il personaggio. Che so, la Carlucci. Piangerà per la generosità di Silvio, che non potrà più sperimentare? Cercherà l’estremo oblio in una buca del terreno, invocando “the poisonous damp of night”?
Nel suo castello, Silvio intanto osserva i movimenti delle truppe nemiche, come un Macbeth in trentaduesimo. Osserverà quali foreste si muovono in Parlamento, guarderà in faccia i “non nati da donna”. Questi ultimi avranno la faccia tosta di abbandonare il capo? Pensiamo di sì, anche questa dote abbonda ad Arcore, l’esempio del capo si può seguire.
Intanto l’ultima intercettazione assicura che “il testa di cazzo si dimetterà domani”. L’ultimo atto viene recitato con le frasi rubate, proprio nel modo in cui la farsa era iniziata.

The poisonous damp of night


Non c'è nulla delle vette tragiche shakespeariane, in quello che sta capitando in Italia. Gli amici più stretti del capo, anche gli Enobarbo più fidati, stanno abbandonando un Berlusconi che non assomiglia per niente ad Antonio.
Abbiamo anche qui la velenosa umidità della notte, capace di uccidere, ma non gli Enobarbo nostrani. No, quelli cambieranno casacca e vivranno a lungo.
Mi va di sbilanciarmi in una previsione, stamattina. Eccola: domani il governo troverà la sua death by water, il naufragio definitivo. E le borse si impenneranno.

sabato 5 novembre 2011

New Economy


Si affermerà, prima o poi, una nuova economia. Magari è già nascosta da qualche parte l'idea che si svilupperà e finirà per cambiare l'ordine del mondo. Così come c'era l'idea di internet, cinquant'anni fa, rinchiusa nei cassetti del MIT. O come c'era l'idea dell'aereo, nascosta in mezzo alle ferraglie nel garage dei Wright.
Un economista, un ragioniere, o un contadino stanno maturando l'idea che diventerà irrinunciabile. Semplice, sicuramente sarà semplice e tutti si chiederanno "ma com'è che non ci ho pensato io". Eppure questa idea si affermerà anche contro la volontà di governi e banche d'affari. Segnerà la fine di concetti oggi inevitabili. Investimenti, affari, speculazioni, Pil, crescita, globalizzazione, delocalizzazione. Svaniti, tutti.
Cambierà il campo magnetico della terra: il sud sarà meno sud, il nord meno nord.

venerdì 28 ottobre 2011

Sgarbi e la capra parlante


Ma porca puttana infame, sarebbe stato l’esercizio più facile di questo mondo mettere a tacere quella cozza ributtante. E che ci voleva? Una piccola accelerazione di retorica, fatta per mestiere, se proprio la convinzione intima – questo lo aveva capito da un po’ – non lo confortava più. Ma il mestiere, miseria vacca, quello non glielo doveva levare nessuno. Il programma mattutino della rete ammiraglia della tv di Stato, vabbe’, pochi milioni di telespettatori assonnati, per lo più casalinghe che cominciavano a ciabattare in giro per la cucina a rassettare i rimasugli di vita quotidiana. Ma proprio loro lo adoravano. Perché era il più grande polemista della televisione italiana, perché era coltissimo e capace di vincere ogni scontro dialettico, pure con i maestri del dibattito, se altri maestri del dibattito potevano esistere a parte lui.
Aveva dato un contributo determinante persino a ribaltare le sorti della Storia. Quando vent’anni prima tutto sembrava puntare velocemente e inevitabilmente verso una direzione, ecco, lui aveva convinto il Paese a pensare l’esatto contrario. Eppure era il momento in cui un triumviro del Caf veniva schiaffeggiato da un primissimo piano mentre agli angoli della bocca lo stress gli montava a neve la bava. Era il momento delle monetine violente, dei giudici acclamati, del tutti dentro; era la fine di un’era. Il suo compito era impossibile, ma lui aveva scompigliato i pettinati e pettinato gli scarmigliati. Aveva affermato l’antitesi di una tesi che sembrava irrefutabile. Il tutto con la potenza irrefrenabile della sua parola, della sua colta facondia, capace di infiammarsi e di infiammare.
Oh quanti ne aveva fatti tacere e arrossire, interlocutori di gran lunga più preparati di quella cozza deforme con gli occhiali spessi che gli aveva detto una parolina sola. E ora lui si era arreso, non aveva replicato. Il monitor gli aveva rimandato un primo piano infiacchito, vuoto, vinto. Mai un altro monitor gli aveva restituito un’immagine così patetica di sé. Quanti monitor avevano brillato riflettendo il suo volto, contenendo a stento la sua mimica disinvolta, la sua chioma ribelle riportata in riga con un gesto deciso e maschile che proprio quelle casalinghe trascurate e sonnolente faceva rimanere estasiate davanti al piccolo schermo. Lui il più grande, il migliore, l’imbattibile. Che quando proprio si sentiva in difficoltà – capitava di rado, anzi, quasi mai – e voleva sei secondi per riorganizzare l’architettura di un nuovo discorso, ripeteva ossessivamente una parola, un insulto, un distrattore qualsiasi, giusto per impedire all’interlocutore-avversario di organizzare il suo, di discorso, o semplicemente per eclissare al pubblico il ragionamento nemico.
Certamente la stanchezza. A quell’ora ragionare bene è impossibile. Lui era un tipo nightingale, non certo un grigiobanale tipo lark. Rendeva al massimo a sera inoltrata, pure a notte fonda. Cazzo quante notti di studio, quante volte aveva ingannato l’orologio biologico che gli avrebbe chiesto un placido pigiama a righe. Non solo per lo studio: poi erano arrivate le feste, le serate in giro per l’Italia e per il mondo, donne a volontà, sempre le più belle, sempre da accompagnare in giro e mostrarle come trofei. Lui, il migliore, l’instancabile e infaticabile coltissimo conquistatore e affabulatore del mondo.
Stanchezza, sì. Un momento di pausa ci vuole per tutti. Ma quella cozza insulsa che non scopava dal Sessantotto meritava di essere subissata di insulti per il semplice fatto che affastellava davanti alla telecamera concetti inaccettabili, arretrati e veterocomunisti. Porca puttana mille volte.
Via, lontano da tutto e da tutti. Per un po’. Ma non per smaltire la brutta figura, quella sarebbe stata dimenticata già l’indomani. Anzi, il suo silenzio davanti alla quattrocchi sfigata poteva essere interpretato come un atto di superiorità. Via, a riposarsi un po’. Magari qualche pagina di quelle buone – un vecchio libro suo, giusto un ripasso whitmaniano, un canto del sé – per toccare terra e riprendere forza. Proprio per toccare letteralmente terra aveva deciso di allontanarsi da Saxa Rubra a piedi. C’è qualche metro di campagna, lì intorno. Pensò che poteva tornare comodo vederne un po’. Si ritrovò a camminare verso la stazione ferroviaria e si ritrovò al binario che porta verso il centro, da solo.
Il treno non arrivava mai. Chissà, un guasto, uno sciopero, la lentezza proverbiale dei servizi pubblici di questo Paese. Peccato che la stazione fosse deserta, era un momento in cui gli avrebbe fatto piacere sentirsi riconosciuto. Sentire il pensiero dietro agli occhi che indugiavano su di lui. Sentire che dicevano, o pensavano: «è il più grande, nessuno gli tiene testa eppure guarda, prende il treno». Nessun rumore, neanche di passi che rimbombavano metallici sul ponte pedonale che collega la stazione di Saxa Rubra al Centro Rai.
Sentì un grattare di terra, a un certo punto, dietro di lui. Esattamente sotto il montante del ponte, in un angolo di terreno devastato da palline di feci ovine. Una capretta stava adagiata lì. Forse era malata, forse era disperata perché si era smarrita – pensò proprio questo termine, smarrita – dal resto del gregge. Gli occhi dell’animale (quelle pupille dalla forma strana, a fessura orizzontale e allungata) erano puntati su di lui. Lo salutò con un belato, e lui non poté fare a meno di collegare quella situazione inconsueta a una bella poesia di Umberto Saba che ricordava a memoria.

Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia…


«Bee», rispose l’uomo, per celia.
«Bee», aggiunse la capra solitaria.
Silenzio.
«Conosco anch’io la poesia di Umberto Saba, sono contenta che tu ci abbia pensato».
Finalmente qualcuno, pensò l’uomo, forse ho declamato la poesia a voce alta. Si girò. Marciapiede vuoto a sinistra. Anche a destra. Nella banchina di fronte, ma più giù, a una trentina di metri di distanza, era arrivata una donna straniera, con un vestito molto colorato.
«Sono io, eccomi qui», riprese la voce. Sembrava stridula, di testa, un po’ tremante. Rosa Russo Jervolino con il raffreddore. L’uomo guardò dietro al pilone del ponte, oltre la capra. Inutile cercare spiegazioni razionali, aveva parlato lei. L’uomo pensò ancora una volta di essere stanco, poi si rassegnò ad incamerare un nuovo concetto: a due passi da una scultura che ritrae un cavallo d’oro che vola, le capre possono parlare.
«Ti conosco, ti ho sempre seguito con attenzione. Anzi, con ammirazione», continuò la capra. «Ti ammiro tanto che ti ho perdonato pure qualche epiteto politicamente scorretto ripetuto con troppa leggerezza, sono sicura che oggi non lo diresti più».
«Vero, scusami, oggi non lo direi più. Ma tu come stai? Ti sei persa, sei ferita?».
«No, sto bene, ti aspettavo. Non chiedermi come facevo a sapere che saresti venuto qui, non lo so. Però lo sapevo e mi sono nascosta qui. So anche che ti girano le palle e ti senti stanco. So anche che non hai saputo ribattere a una persona, in studio».
«Mi hai visto in televisione?»
«Sì, bravo, ora le capre pagano il canone. No, sei fuori allenamento. Lo so, ma non so spiegarti come mai lo so. Lo sento, ecco».
«Senti tutto o soltanto quello che capita a me?»
«Sento molto, te in particolare. Sento anche cosa ci vorrebbe per rimetterti in sesto».
Silenzio.
«Meee. Ti ci vuole me. Ti posso aiutare, perché qualcosa non ti torna e hai perso lo slancio. Ti ricordi una vignetta di vent’anni fa? Si chiedevano se tu avessi cambiato l’odio al motore. Non l’hai cambiato e ti sei esaurito. Grippato».
Silenzio.
«Ti sei inaridito, non ci credi più. Troppe cose non te le spieghi e non hai più voglia di agire a marionetta per giustificare gli altri».
«Ma come ti permetti? Ho intatto il mio sistema di valori, radicati e sicuri, io».
«Allora non ti servo».
Silenzio.
«Che faresti per me?»
«Ti scriverei le tracce degli interventi in tv e ai convegni, i copioni, i dialoghi. I libri, gli articoli. Secondo la tua vera essenza, che io sento bene e tu no. Torneresti grande».
«Sì, una capra il mio ghost writer».
«Preferisco goat writer. Mi suona più familiare».
L’uomo e la capra andarono via insieme, verso il centro, lungo il bordo della via consolare. Traffico feroce a sinistra, erbetta buona a destra. Ogni tanto qualcuno si fermava a guardare, ma sulle consolari non ti puoi fermare a lungo, per fortuna.
L’uomo tornò grande.

venerdì 21 ottobre 2011

La gloria del mondo


Nel giorno culmine della macelleria libica non riesco a levarmi dalla mente poche parole, sentite per caso durante il servizio del telegiornale regionale. Una storia che viene da Roma, non da Sirte. L'uomo travolto dall'acqua. "Ha salutato la moglie", lo ha riferito il ragazzo che ha tentato di salvarlo e non c'è riuscito. Ha salutato la moglie. Ha salutato la moglie. Sic transit gloria mundi, ammonisce Berlusconi, ma certe glorie del mondo non passano.


La foto viene da qui: http://www.flickr.com/photos/tofom/page56/

domenica 16 ottobre 2011

Perché?


Non mi basta la definizione di Wikipedia sui black bloc. Ho l'impressione che ci sia altro; questa violenza ingiustificata non porterebbe da nessuna parte, se no. Stavolta mi piace giocare al complottista. A chi interessa che una manifestazione non riesca? A chi la pensa in modo opposto a chi manifesta. Ammesso che la pensi in qualche modo. E chi la pensa in modo opposto a chi vuole lavoro, diritti, futuro? Ecco, appunto.

lunedì 10 ottobre 2011

Sarebbe bello incazzarsi


Ma tanto, proprio tanto. Avere le idee chiare, la mente lucida, le mani determinate. Cambiare le cose, fare la propria parte per evitare di sentirsi perduto.
Ora, proprio adesso, fare qualsiasi cosa. Proprio ora che è autunno. Ogni anno di questi tempi ho la sensazione che mi dovrei sbrigare, chissà perché.