Due notizione da prima pagina, senza dubbio. Alcuni guai giudiziari di Josefa Idem e di Berlusconi si assomigliano, almeno nella qualità. Nella quantità no. Troppo più grandi quelli di Berlusconi. In confronto, un transatlantico e una barchetta giocattolo. Eppure i giornali di proprietà di Berlusconi riescono a ribaltare le cose. Una barchetta giocattolo pesa più di un transatlantico, secondo loro. La Idem è una "furbetta arrogante", il loro padrone invece è vittima di un complotto.
martedì 25 giugno 2013
sabato 1 giugno 2013
Il commendator Tafazzi, genio della delocalizzazione
Perché crolla il Pil? Perché chi ha
inventato la produzione dall’altra parte del mondo, ma basso costo, non si è
reso conto di avere levato un tassello importante del nostro sistema
produttivo. Senza contare che ha riportato in vita lo schiavismo
La delocalizzazione è una genialata. Intanto perché è una
parola bella, lunga, che sembra pure difficile. La dici e nessuno ti nega un
“oh” di ammirazione. Ma se non usassimo l’antilingua che chiama “non vedente”
un cieco ed “extracomunitario” un migrante, la delocalizzazione potrebbe avere
due nomi diversi. Il primo è crudele: “schiavismo”. Il secondo è ridicolo:
“tafazzismo”.
Cominciamo dal primo. Schiavismo. Una parola che sembra di
altri tempi, ma il concetto che esprime è quello. Pagare due lire dei
lavoratori stiparli in un sottoscala per venti ore al giorno è un’azione che non
può essere definita con altre parole. Anche se gli schiavi sono lontani e
dunque invisibili a occhio nudo, la sostanza non cambia. Però avere a
disposizione degli esseri umani ridotti alla condizione di robot è comodo:
niente lamentele, manodopera a prezzi stracciati, costo finale del prodotto
molto competitivo.
Non dovevano essere felicissimi, ad esempio, i lavoratori
robot della FoxConn, che produce componenti per la Apple. Qualcuno di loro ha
addirittura pensato che l’unica uscita da una situazione insostenibile fossero le
finestre del settimo piano. Per questi voli disperati l’azienda si è guadagnata
il soprannome di “fabbrica dei suicidi”.
La delocalizzazione porta con sé un altro effetto
collaterale. Lo si potrebbe chiamare miopia, ma anche “tafazzismo”. Dunque,
grosso modo tutti sappiamo chi sia Tafazzi. Un’invenzione felice di Aldo,
Giovanni e Giacomo: era l’omino in calzamaglia che si dava bottigliate sulle
parti molli, chissà perché. Il tafazzismo applicato all’industria è meno riconoscibile
di una bottigliata in zona pubica, ma è altrettanto doloroso. Per capirlo,
andiamo a fare visita alla fabbrica della Ford, nei primi anni Cinquanta. Il
padrone (Henry Ford) vuole che gli operai lavorino molto e guadagnino poco; il
sindacalista (Walter Reuther) vuole grosso modo l’esatto contrario.
Intelligenza vorrebbe che si trovasse un buon punto di equilibrio: lavori il
giusto, ti pago il giusto. La scena si svolge davanti a due macchinari
robotizzati di ultimissima generazione, vanto della fabbrica. Il padrone
sorride e dice al sindacalista: “Vai dai robot a chiedere le quote sindacali”.
Il sindacalista sorride meno, indica i robot e risponde: “Vai da loro a vendere
le tue macchine”. Cioè: caro padrone, se licenzi i tuoi operai perché vuoi che
siano gli schiavi (o i robot) a produrre, chi comprerà i tuoi prodotti? Gli
operai, da disoccupati, non avranno soldi da spendere. Senza un pezzo
dell’apparato produttivo, l’intero sistema economico a poco a poco si
sbriciolerà e noi continueremo a chiederci perché cala il Pil, perché la crisi
non passa. Ci resterà solo la soddisfazione di avere degli schiavi a nostra
disposizione, possibilmente dall’altra parte del mondo. Di solito esteticamente
non rendono molto, gli schiavi.
martedì 19 marzo 2013
La rivoluzione dei
dissidenti
Su chi possiamo
contare perché le cose cambino e la storia non si ripeta? Chi rifiuta lo
scontro frontale e segue la propria coscienza può dare un contributo davvero
costruttivo. E rivoluzionario.
Viviamo tempi di rivoluzione,
ormai è chiaro. Però tocca fare attenzione alle parole. Rivoluzione la
ereditiamo dal latino revolvere:
voltare, ritornare. Abbiamo finalmente la possibilità concreta di voltare
pagina. A oltre a questa prospettiva, è chiara un'altra idea sottintesa all’etimo
di rivoluzione, quella del ritorno. Ogni società cambiata da una rivoluzione è
destinata a ritornare, lentamente, alle condizioni di prima, ma non senza
sofferenze. Tra chi? Tra i potenti che si devono (giustamente) rovesciare? Ma
no, ovvio. I potenti veri pagano il biglietto ridotto. Un paio di teste o tre, un
signorotto ottuso e due Marie Antoniette che non sanno nemmeno la differenza
tra pane e brioche. Il biglietto intero lo pagano quelli di sempre. Quelli che
devono fornire il mobilio per le barricate e il sangue affinché i libri di
storia del secolo successivo possano usare l’aggettivo “sanguinoso”. Dunque, il
ritorno. La storia che ritorna. Prendiamo una rivoluzione qualsiasi: lasciamo
prendere quelle più recenti, amarissime e inconcludenti, profumate di
gelsomino, che pure rappresentano in pochi mesi quello che nelle rivoluzioni del
passato avveniva nel giro di qualche anno. Soffermiamoci invece su quella
francese, abbastanza lontana, abbastanza celebre.
1)
Si comincia con un sistema ingiusto e intollerabile.
2)
Va rovesciato, e il popolo lo fa.
3)
Prende quota un capo.
4)
Il capo decide la linea.
5)
Leva di mezzo tutti quelli che non la pensano
esattamente come lui.
6)
Il regime di terrore che stabilisce diventa più odioso
di quello rovesciato. Senza usare nomi recenti, questo passaggio ci ricorda
qualcun altro, vero? Robespierre, Cromwell, Lenin, Mao.
Di questi tempi, arrivati come
siamo al punto due e mezzo, ci possono salvare i dissidenti. Perché la
rivoluzione è costruttiva proprio fino a quel momento beato, fino a prima che
il capo diventi un nuovo sovrano assoluto. Al punto due e mezzo non deve essere
dimenticata la democrazia. Deve prevalere il buon senso, che va deciso osservando
gli eventi. Durante una rivoluzione, inoltre, gli eventi sono in convulso
divenire: non puoi programmare prima cosa succederà. I dissidenti hanno
permesso cose nuove, perché hanno partecipato al movimento rivoluzionario ma
hanno scelto di evitare un inutile scontro frontale. Hanno rappresentato il
popolo che li ha eletti, non un capo giunto al punto tre e mezzo. Non hanno
smesso di pensare a dove fosse la soluzione migliore. Hanno dovuto scegliere,
ma almeno hanno potuto determinare i termini della scelta. In futuro potranno
far sì che la Sinistra sia meno autocompiaciuta e che la Destra si affranchi
dal burlesque. Se continua così, i
ribelli determineranno comportamenti saggi, e dunque eventi davvero rivoluzionari.
lunedì 17 dicembre 2012
giovedì 13 dicembre 2012
Eros e tanatoprassi
Ogni tanto è buona cosa andare a leggere Il Giornale.it. C'è sempre qualcosa da annotarsi, qualcosa che colpisce anche se non te ne accorgi subito. Ad esempio oggi mi ha incuriosito la parola del giorno.
Per chi non riesce a vincere l'avversione a cliccare su un link che punta verso l'innominabile, anticipo che la parola in questione è "tanatoprassi".
Saperla usare al momento buono fa fare bella figura in società. Apprendiamo dal quotidiano che "la parola serve talvolta a ironizzare su trucchi e ceroni, femminili e maschili, troppo pesanti o palesemente troppo correttivi".
Per chi non riesce a vincere l'avversione a cliccare su un link che punta verso l'innominabile, anticipo che la parola in questione è "tanatoprassi".
Saperla usare al momento buono fa fare bella figura in società. Apprendiamo dal quotidiano che "la parola serve talvolta a ironizzare su trucchi e ceroni, femminili e maschili, troppo pesanti o palesemente troppo correttivi".
Chissà se l'estensore della rubrica aveva in mente qualcuno in particolare. Se sì, chissà che cosa significa questa spericolata presa di posizione. Mah.
sabato 30 giugno 2012
Emergenza caldo, allerta meteo Caronte
Lo sanno pure i portapenne: d’estate fa caldo e d’inverno fa freddo. Si può dire, mica c’è la censura. Ma per legge dovrebbe essere possibile dirlo nei telegiornali solo una volta all’anno, preferibilmente all’inizio della stagione incriminata. Tipo: il quindici giugno tutti i tg possono aprire con la notizia della grande cappa di afa. Spareranno tranquillamente il titolone originalissimo "Emergenza caldo" e consiglieranno ai più riottosi di restarsene a casa nelle ore più calde: se andranno in giro con la testa scoperta, o senza aver mangiato frutta e verdura o aver assunto litri di liquidi, lo faranno a loro rischio e pericolo. Primo dicembre: ammazza che freddo fa. Diciamo pure che siamo in allerta meteo: questo titolo ci sta tutto. Non dormite sui balconi, copritevi e state al chiuso quanto più possibile. I liquidi fanno sempre bene, la frutta e la verdura pure. Quindi attrezzatevi per l’inverno e non rompete i coglioni. Poi, altri due argomenti a cui inviterei il pubblico a casa a pensare ardentemente quando ha bisogno di relax, solo pensare, perché nei tg non sarebbe il caso di vederli più:a) negli zoo di tutto il mondo nascono centinaia di cuccioli di giraffa/cammello/tigre siberiana/panda/zebù/urogallo. E da piccoli sono estremamente capaci di suscitare tenerezza, soprattutto se la mamma, per una ragione qualsiasi (ad esempio se è: morta/scappata dallo zoo/ammalata di petecchie/rintronata dalla Bse) se ne fotte di loro e un inserviente dello zoo li deve nutrire col biberon.
b) le donne sono belle. Hanno un corpo armonioso, dovizioso di curve. Avete presente culi e tette? Ecco, cercatevele dal vivo, fatevi gli incontri ravvicinati del quarto tipo, perché vederle in un tg non fa bene al cuore. Le vorresti acchiappare, ma quando ti avvicini tocchi solo uno schermo sordo e grigio. L’effetto finale è che ti senti un Tantalo più stupido dell’originale. Quando un tg dà spazio al compleanno del tanga, chiediti a cosa sta togliendo spazio; perché, come sanno bene gli automobilisti che tamponano più spesso, il culo distrae. Chiediti anche chi vuole che tu ti distragga e da cosa.
E i casi di cronaca nera? Vanno raccontati in tre minuti al massimo, senza immagini truculente, anzi, senza immagini tout court. Via i nastri bianchi e rossi che circondano cadaveri ancora zampillanti. L’approfondimento potrà durare al massimo quaranta secondi. Il posto previsto nel palinsesto è la fascia che va dalle quattro alle quattro e zerocinque antimeridiane. Chi vuole sentirli, metta la sveglia e inzuppi pure il biscottino della prima colazione nelle tracce biologiche rinvenute col luminol.
Infine, per tutto il resto delle informazioni secondarie che passano in un tg, come la politica, la direttiva è questa: se non avete un buon equilibrio mentale, cari operatori del settore, ricordatevi almeno di avere una faccia. Ricordate a che cosa serve il vostro mestiere. Se non ci riuscite, ricordate che quando si esaspera, la gente tira le monetine. No, le banconote no.
venerdì 15 giugno 2012
Chi era costui?
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| Foto tratta da nomfum.wordpress.com |
domenica 4 marzo 2012
Senza paura di morire
La prima canzone vera che ho sentito nella mia vita è “Ma come fanno i marinai”. La radio era arancione, mangiadischi incorporato, regalo della prima comunione. Stazioni soltanto in Am, con i relativi nomi sul frontalino. Nomi come Lilla, Monte Ceneri, Berom, Milano, Napoli. Sì, prima avevo sentito altre canzoni, ovvio. Quelle che passavano nei programmi del sabato sera degli anni Settanta. Era roba familiare, dimenticabile e dimenticata. Poi c’erano quelle che mi arrivavano dalla finestra quando giocavo nel cortile di nonna: “Ti prego amore aspettami (oh-oh-oh-oh)”, il moog del Guardiano del Faro, il falsetto dei Cugini di campagna e un incipiente Pupo.
La prima canzone vera che ho sentito nella mia vita è “Ma come fanno i marinai”. Ero solo, giocavo con le stazioni della radio, l’ho incrociata con la barretta rossa sulla “l” di Napoli e l’ho scelta. Non ricordo cosa ho pensato, ma ricordo che mi sono fermato a pensare a quelle voci poco impostate, un po’ sporche, a quelle parole poco consone al mondo che allora poteva entrare in una canzone.
Poco tempo dopo, girando in macchina con zio Benedetto, ho ascoltato “Al parco della luna”. A un ragazzino, se gli dici “guardando le stelle ho chiesto di capire come entrare nel mondo dei grandi senza paura di morire”, gli levi di bocca le parole che ancora non sa pronunciare.
E poi Futura, Anna e Marco, La sera dei miracoli, Meri Luis. Scoperte prima alla radio, poi registrate a fatica, poi ascoltate e imparate a memoria, insieme agli accordi. E poi i pomeriggi passati a cantare quelle canzoni insieme a Enzo e al gruppetto degli amici veri. E poi i giri in macchina, con l’autoradio estraibile che non smetteva mai di sfornare le canzoni di Lucio Dalla. Tutte. Enzo scovava quelle del periodo Roversi, quelle ancora precedenti. Cassette mandate a memoria, parole che prendevano il posto di quelle che non sapevamo ancora dire. Musica installata a viva forza nella memoria. Ancora oggi, quando finisce una canzone di Lucio Dalla, aspetto che inizi quella che la seguiva nella cassetta che ascoltavamo. Saprei ricostruire l’ordine meticolosamente, senza sbagliare un passaggio. Poi le cose cambiano, porca miseria. Dal 1988 in poi il gruppetto degli amici si è sparpagliato per l’Italia. Anche Lucio Dalla ha cercato strade nuove, è cambiato, ha esplorato. E noi, che non ascoltavamo più la radio nelle nostre camerette da ragazzini e non ci stipavamo in otto su una Cinquecento ad ascoltare “Quanta brillantina e coraggio mi mettevo”, lo abbiamo perso di vista, Lucio. L’ho ritrovato nel 1999, dal vivo, a Via Asiago, per un’intervista. Ero felice, rappresentavo tutto il gruppetto degli amici. Mi ha chiesto di dargli del tu, mi ha offerto mezza scatola delle sue liquirizie di Rossano. Avevo in tasca la cassetta, pensavo di fargli fare l’autografo proprio lì, dopo avergli raccontato le nostre storie. Ma poi ho pensato che la cassetta era autoprodotta e mi sono vergognato un po’. Niente autografo, pazienza. So che Lucio non potremo più perderlo di vista.
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